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Vedi Tu

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Vedi Tu
il 19 maggio 2018

Cows by the water : Albert and the hidden subject

mostra a Paazzo Grassi - Venezia

Perché adesso tutti gli artisti concettuali stanno dipingendo?

Perché è una buona idea

Da domenica 8 aprile 2018 a Palazzo Grassi viene presentata  ‘Cows by the Water’, la mostra personale di Albert Oehlen (1954, Krefeld, Germania) nell’ambito del programma delle monografie di artisti contemporanei – inaugurato a Palazzo Grassi nell’aprile 2012 con Urs Fischer e proseguito con Rudolf Stingel, Irving Penn, Martial Raysse, Sigmar Polke e Damien Hirst – alternate a esposizioni tematiche della Pinault Collection.

Curata da Caroline Bourgeois è la più grande mostra italiana di questo artista. Tante opere, tanto spazio, un allestimento curato nel dettaglio.

Dopo Hirst e il suo straordinario naufragio, un altro tipo di mostra. Se vogliamo più convenzionale, non tradizionale.

Se qualcuno ha avuto la pazienza/piacere di leggere qualcosa del nostro sito sa che stiamo fuori dai nostri canoni. Non abbiamo mai parlato, crediamo, di arte astratta. Ma Oehlen pure non ne parla, la pratica eppure se ne stacca. Non è facile collocarlo in breve, con poche parole definitorie.


Albert Oehlen Ohne Titel (Baum 58), 2015 oil on Dibond, 300 x 200 cm Private collection © Albert Oehlen Photo: Simon Vogel
Non parleremo qua del suo rapporto con S. Polke, suo maestro, perché già tutti ne scrivono. Nel pertugio tra celebrazione o condanna dell'immagine come predominante della cultura contemporanea noi siamo già schierati. E poi il buon Oehlen un po' s'ispira e un po' si stacca dal suo maestro e pure dal caro Kippenberger, di cui è stato amico.


Albert Oehlen Frau im Baum II, 2005 oil, acrylic, paper on canvas, 290 x 230 cm Private collection © Albert Oehlen Ph: Lothar Schnepf
Però risulta un frutto del turbamento dei 60/70, s'arrangia nel punk e nelle musiche sperimentali successive. Non sa suonare, ma discute, collabora e vive una scena artistica e musicale straordinaria. Vive la musica, vive il punk, le sperimentazioni di Brian Eno – strategie oblique all'epoca -  e poi jazz e techno.

Le opere in mostra stanno a dire dell'insicurezza. A partire dal materiale. A volte troviamo espressioni formali riprese  anni dopo, nella stessa stanza vediamo lavori di decenni diversi, visti e rivisti, lasciati e rielaborati. Messi a fianco senza alcuna corrispondenza cronologica e magari fatti con materiali diversi. Acrilico, olio ecc.

E' difficile trovare un unico filo conduttore. in fondo Oehlen è stato sì influenzato da Polke, ma è passato per il surrealismo, apprezza de Kooning e persino l'essersi trasferito in Spagna lo ha portato a tonalità più calde nella pittura. Tutto questo è ripreso e interiorizzato dall'artista. Citato o rivisto e rielaborato, magari nella stessa opera o in opere di anni anche molto lontani.

Certo è che lo sfondo da cui si parte è spesso figurativo. S'intravede un qualche soggetto, una lettera a volte un numero se non un ramo o un volto. E da qui ci s'allontana coprendo, con colori corposi, trasfigurando e spezzando la traccia figurativa iniziale. Ciò che si ripete, e può quindi essere una caratteristica, è l'allontanamento attraverso la  dissoluzione della figurazione e del soggetto, che non si può dire progressivo perché appunto non c'è linearità,

La curatrice dice c'è un ritmo musicale che è la passione che ha accompagnato l'autore. La mostra non ha senso temporale, ma musicale. D'altra parte in tutto il pellegrinare sentiamo una musica tecno di sottofondo. Poi si entra in una stanza dedicata, ma altrettanto potremmo dire di Basic Instinct proiettato su una tela con un suo lavoro impresso.

Ed il modus è un po' musicale. Non è detto che subito s'azzecchi il suono giusto. Non è detto che tu lo debba fare da solo. L'importante è un metodo e su questo Oehner insiste anche in interviste recenti.

Dunque 40 anni fa abbandona il figurativo, anche se qua abbiamo ogni tanto degli autoritratti (ps. Rispetto Dancing with myself qui sono proprio autoritratti classici), abbraccia l'uso del computer e l'utilizzo del metodo del collage e del montaggio lo spingono verso una contemporaneità problematica.

Un percorso eccentrico, che se certo inizia con Polke, poi esce dagli schemi. Prova e riprova, non s'adatta al normale trascorrere del tempo. Ne sceglie uno proprio, può rendere contemporanea un'opera di 20 anni fa proseguendone la riflessione. Non ha problemi ad essere astratto. Sfida anche noi. E gliene siamo grati.

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