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Pubblicato da
Luca Mesini
il 18 aprile 2017

Twenty drawings ever made for a story

Venti disegni mai realizzati per una storia – li abbiamo fatti ora, li pubblichiamo qui per la prima volta – nel nostro stile attuale, dismesso, sommesso, fragile, delicato, appena sussurrato. Quando ascoltiamo una canzone: né importa se si rifà ad una colonna sonora – possiamo benissimo non aver mai visto quel film, narra comunque una storia, se le note ci prendono per mano – così vale per i disegni, ove appunto per stile e dizione intendiamo la facoltà soggettiva e la libertà che abbiamo, di poterci, o meno, far prendere per mano dalla fantasia – e usarli come “dialogo” per scrivere una storia...

In ogni ambito creativo – esiste il lavoro autoconclusivo. Esso è l'opera, l'immagine, la figura. Né dicesi altrimenti nelle coreografie ove di studia la forma che “la figura umana” prende e esprime tale teatrale dialogato discorsivo concetto.

Così vale per il disegno, ognuno di noi ivi gli associa delle immagini, una musica, lega le une cose alle altre e “compone”. La creatività è proprio come un gioco di “costruzioni”: dà a ognuno elementi per comporre, come le sei righe sullo spartito, come il foglio bianco e altri strumenti per associare ombre e macchie, “mettere luce” oppure toglierla.

Così come in scultura.

Nella mia famiglia, sono il solo ad avere ereditato la maggior parte dei “caratteri” del nonno, ed anche, per certi versi, il destino, che è quello di rimanere soli.

Ho ereditato la vis polemica (ancora ricordo da bambino quando quotidianamente dedicava una parte della giornata alla lettura del quotidiano La Stampa... è certo che qualcuno lo faceva arrabbiare di brutto, alcuni nomi, rimastimi (rimastemi) nella memoria, posso associarli a personaggi noti – anche se sinceramente non capivo nulla, senonché... fare arrabbiare il “nonno” era una sorta di alchimia che significava, per me, qualcosa in termini di giustizia).

L'arrabbiamento era la Giustizia che veniva offesa e tradita: ecco perché Ella si arrabbiava.

Per questo quindi associavo certi impeti del nonno (di natura Formiginiana, quindi Modenese anche se poi vissuto dal dopoguerra a Torino e sposato a una Vercellese...) alla natura della Giustizia, e di tutto ciò che governava attorno ad Essa.

E non che da bambino, sapendo del nonno e di altre persone, non avessi già capito, a istinto, anche fra le persone che conoscevo: chi poteva darmi tanto, chi poteva darmi niente – chi era pericoloso e chi no...

La giustizia, va difesa – allora come oggi che adulto, sono don chisciottiano alfiere a difesa nei nobili patrimoni culturali del mio Paese, perennemente, quotidianamente offeso e punito – e sol per via della sua storia, sovente ne esce illeso: rimane in tal senso il centro del mondo.

Nonno, capace dei più alti momenti di gloria, quando mi riassumeva i momenti in cui, durante le prove, nel coro della RAI, finita un'aria, commosso il direttore doveva per forza porre ai piedi della soprano un mazzo di fiori... e tutti esorcizzare la commozione con un applauso là dove alcuni, di fronte a certe manifeste espressioni chorali, dovevano propriamente lottare contro il nodo nella gola per riportare indietro il pianto, e professare, col canto, il dovere a la professione.

Nonno capace delle più lunghe e particolareggiate conversazioni che ti tenevano inchiodato a fatica (e per questo, io faccio salve le persone con la mia solerte autoironia, senza la quale sarebbe uno stillicidio, sol pensare di sentirmi parlare o vedermi scrivere...).

Eppure, il suo dialogare, tutto così ricco di hyperlynk, presi da ogni dove e periodo storico... e ho ereditato la vis creativa, che tutti, in famiglia, han subito dettato come la mia sfortuna e far di tutto perché questa passasse, invece, i suoi livelli, a quelli della “bassa”, così per citare la cultura operaia, quella che mi fu al destino al ribasso, e che ancora oggi porta il disegno, patriarca sano al mio destino, ai massimi ugelli della nobiltà... sul danno del suo confino.

Infine ho ereditato dal nonno la depressione. Essa prende piede quando rimani solo, in mezzo a un corpo di cose o persone che sono troppo lontane da quelle virtù che animano i pensieri e i gesti, e così, finisce poi come è finita per Dario Fo: che presta il verso a “persone che probabilmente, in momenti di sanità mentale, e un'altra età, non avrebbe retto ai discorsi un sol secondo”..., pur di mantenere inaltero quel bisogno di sconfinare la dove la luce illumina, anche se rimane sol per te, il segreto, di vedere gl'alberi o i fiori, sbocciare solo d'inverno... eremo difficile e patrimonio ormai scherno, pur se attenzione, per certi versi il paragone qui fa difetto al senso che Fo, qualche buon compagno complementare, forse vicino, chissà fin quanto se lo è potuto conversare...

Aprendo il Museo dedicato alla memoria del nonno Mario Mesini Scultore del '900 italiano, io metto in vista opere delle tante opere che il nonno ha fatto e ha regalato: perché il nonno non ha mai venduto niente. Quando ha aperto e fondato il forno Ariele con Mario Brunetti (ex colorista della ViBi, ergo del forno di Giuseppe Vallini) glielo ha lasciato dopo un mese o poco più (e regalandogli anche tutte le forme), preso da sconforto ed esaurimento... Tutte le cose che vedete sono state fatte per amore, dedicate ad amici, parenti, in segno di amicizia e stima... finché è rimasto solo.

Il 90 percento delle sue forme le ha distrutte e buttate nella discarica, andando a piedi a rovesciarle lì dentro con una carriola... quando mio padre l'ha saputo era troppo tardi, e non ne è stato ritrovato manco un pezzo.

Come il forno che si era fatto costruire su suo disegno appositamente da amici fabbri – regalato a un giovane artista alternativo, al senso che non avendo nessun input e amico sincero, rimasto solo doveva dare un senso a ciò che gli brillava nel cuore, e quando non trovi niente altro, lasci che sia ciò che sia e tutto diventi il nulla... non tieni conto di chi e cosa: ma se trovi una persona, che dura anche solo 1 ora – ti dedichi a quella persona.

E lasci tutto per niente.

E' la ragion del senso delle cose – come le ultime sperimentali cotture che gli fecero artigiani più devoti al vino che alla misera sorte di un'arte che, modernamente parlando – nasce sui pasticci, per cercare un senso, e lo trova poi nel vino o, come direbbe Verdone: nel sesso strano :)

Cazzate, come direbbero buoni i posteri – cazzate.

E così nonno è rimasto solo, privo dei giusti input, della cultura sna che dà un senso alla nascita delle cose sane in una sorta di criterio produttivo senza soluzione di continuità...

Lo comprendo io oggi, nel disegno – come l'ho compreso nell'arte grafica, inutile portare avanti un certo sistema professionale quando la realtà è mendicare la sorte ai porci – ... meglio lasciare perdere, che continuare a lavorare bene e gratis.

Ci ho coniato sopra i versi de “... è evidente che sono nato per servire gli affamati e non gli stolti...”. Roba da inserirLa nel curriculum vitae.

Disegnare, come modellare, deve avere un senso e un signifcato – ma queste cose, se non riesci a darLe o a trovarLe, rimettono quello che fai: senza un senso, senza un significato.

Perché dovrei continuare a disegnare: se non serve a niente?

Se tu, uomo, che disegni o modelli: comprendi che non serve a nulla, fare ciò che fai... perché farlo?

A volte il perché risponde, e sovente è umano, didattico, museale, dà a intendersi alle cose che fa come in un profilo di cultura delle cose che esistono le quali, se previsto e prevalsa la sufficienza sulla loro qualità e diversità, bhè allora sono abbastanza, e bisogna continuare a farle.

Ma bisogna potere farle, potere farle.

Nonno avrebbe volendo potuto – per via della pensione: reale.

Ma è come se le persone che lo circondavano: gliela avessero tolta... e i soli che gliela potevano dare, ovviamente erano lontani e distanti, fra cui il sottoscritto e il figlio che gli eredito per primo la vis creativa: mio padre.

Siamo nati e cresciuti troppo nobili, con mio padre – e forgiati come il dio Vulcano, sull'incudine della povertà, per quel verso pratico a cui tutti vogliono dare importanza – e della ricchezza, per quei versi che tutti oggi dimenticano, fra i quali la vis poetica e la sensibilità, la fedeltà, nei riguardi dell'amore ricevuto e dato – la fedeltà, già...

Parlare di fedeltà nel mio Paese è come offendere il mondo del lavoro, già peraltro vilipendiato e offeso tutti i giorni, con le frottole della crisi.

E il figurativo ellittico: perché sperimentare ancora se pure al risultato casalingo di una cartina stampata come meglio non si potrebbe immaginare, non c'è un seguito che in qualche modo possa giustificare... farlo?

Regalare – è un dovere.

Non avere mai venduto nulla, e prendersela prima con il figlio e poi con il nipote, sulla importanza di dare un prezzo alle cose che facciamo e il prezzo giusto – è pura utopia: se l'uomo che ti fa la filippica, regala sempre tutto.

E questa idea del dono: è alta scuola.

Così alta, sulla quale, purtroppo, nessun proto organo di diffusione della scienza del settore, oggi si merita appannarsi sol manco a memoria di questo vantaggio che mai avrà, in parallelo, lasciando così che la nostra adesione al senso delle cose – si rapporta a un mondo che probabilmente non esiste più o non è vero.

Come il mio modo di parlare ottocentesco.

Niente ha un senso se non serve – e “fare” qualcosa può servire solo se porta ... in un certo senso a viverci. Bisogna viverci... bhè: è impossibile, pensarci. Impossibile.

Io non vedo altra morte se non questa.

Ed oggi giorni è più vicina.

Nonno ha fatto la fame, lavorando come “modellatore” (ergo inventore del modello) e poi come realizzatore, sullo stesso modello, delle forme per il colaggio seriale.

Sia lui che io siamo stati educati al mondo della “riproduzione seriale”, lui nella scultura, io nella grafica e la stampa.

Ma tutti e due: lavorando per nulla o poco niente, perché c'è la crisi – oggi come allora.

Nonno trovò la tranquillità, quando venne assunto dalla RAI, nel coro.

E per questo, nel tempo libero e poi durante la pensione potè lavorare sempre gratis per tutti, senza vendere nulla, per parenti e amici... finanche poi la depressione diminuirgli tutto, fino a proare il bisogno e il desiderio di rompere tutte le sue forme...

La pensione.

L'ultimo a raggiungerla, è stato mio padre: come viviamo oggi grazie alle sue 818 euro al mese non lo so. Anche perché siamo in affitto, come da quando sono nato... io a esempio non avrò mai manco questo bene placito traguardo.

Eppure disegno, e la cosa non mi preoccupa.

Perquanto mi preoccupa capire che disegno perché?

Per niente.

E questo ovviamente mi porta a non disegnare.

Quindi io mi sento veramente perso, senza nessuna speranza, senza aspettative di vita, e le sole cose buone che posso fare – son quelle che nella vita ho sempre fatto di meno, e Ve le metto qua in questi ultimi 20 disegni, che sembrano una storia, come quando ascolto una canzone – anche se non ho mai visto il film...

I disegni inseriti sono a una ben decente risoluzione – quindi costeranno una certa fatica... perché non è il portale adatto questo per inserire versi a sta maniera: ci metterete del tempo per vederli e sfogliarli... per velocizzare la visione, volendo, ne esiste una galleria fatta ora qui (su facebook).

I disegni, in verità, vànno visti. Catalogarli e tenerli in album, è un crimine. Potendo scegliere, avendo un giorno facoltà di giudizio pari alla decision di scelta, io vivrei in un enorme LOFT o magazzino, con pareti di sughero e disegni in fila uno dietro l'altro... io manco so quanti disegni ho fatto.

Se i disegni non li vedi sempre tutti insieme tenendoli davanti al naso, e dovendo capisco pure anche camminare kilometri per vederli tutti, cosa sai della storia che hai disegnato?

Niente.

Come il senso di ciò che fai – è nulla. Pensateci... non conoscere la storia (qualsiasi storia) equivale al disastro assoluto...

La morte del disegno è doppia: primo, non vederlo. Secondo: non disegnarlo.

Io sono colpevole di non aver disegnato ancora moltissimi disegni, veramente moltissimi... poiché il mio lavoro non ha senso, rimango settimane senza disegnare, a volte mesi – ricordo certo entusiasmo: da imprenditore, per un periodo, calcolai quanti ne facevo in un giorno pieno... 120. Ne facevo: 120. Tutti uguali, tutti diversi. Da lì nasce lo stile, nasce anche il figurativo ellittico... nasce tutto, proprio tutto.

Ciò che se non ha un senso – è nulla,

Un po' come vale la vita per certi individui... nulla.

Dicono che sia colpa di Mercurio. Ma come faccio a crederci :) ? E' così bello... potrebbe essere la musica per questa storia, potrebbe esserci la storia per questa musica...

E' importante lottare per dare un senso a ciò che facciamo? No. Perché è già così faticoso farlo, e arrivare a quelle poche volte che stai per farlo, che trovare motivi per muovere altra energia, a patto ne rimangano, è impossibile. Vien meno voglia a dare un senso a ciò che facciamo perché... perché la vita non dovrebbe manco porsi il problema.

Credo sia forse anche in questo il dramma della famosa società liquida... ogni cosa che non trova il suo posto, ogni cosa che non trova un senso – ogni cosa che può avere un senso solo se la trasformiamo in quello che non è.

Quando io disegno: sono la vita.

Se mi ingegno per dare un valore a un disegno: sono la morte.

Sono anni che questi disegni hanno un valore – nella luce degli occhi di chi li ha ricevuti e li riceve.

Ed è una cosa che (per quanto abbia senso)... bhè: ovviamente non ce l'ha.

Tutto è come nelle parole che ho letto e sentito una volta: cioè che le poesie non si capiscono.

In fondo, è vero.

Ma questo perché anche la vita a un certo punto finisce. Come la musica, Come forse il disegno, e le sculture... le forme, i modelli.

E chi vive, di solito non si occupa di quello.

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