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Pubblicato da
Luca Mesini
il 17 gennaio 2017

Il valore del Tempo dei DIsegni

“Fiorire”... è questo un termine che viene utilizzato sul merito della nascita: nella vita, come spesso facciamo presente, “nessuno decide di nascere in un posto o l'altro”... difficile pensare che l'uomo, prima di nascere, possa decidere come è difficile credere che ci sia un momento tale da potersi definire come lo “spazio sconosciuto del prima di nascere” e del “dopo essere morti”. Ma in termini sia artistici che naturalistici, sappiamo che se un muro “fiorisce” è perché un agente chimico (o atmosferico, tipo l'umidità) ne ha “inficiato” la struttura, variando la composizione che unisce le cose, appunto “disgregandole”, una volta che ivi si modificano le condizioni onde per cui “le masse” nucleiche rimangono tessute insieme... ma solo a determinate condizioni, di temperatura e umidità. Allo stesso modo sappiam che se fiorisce un fiore, è perché in terra è “finito” il seme di quel fiore. Far fiorire, quindi, una “condizione” significa veder maturare sentimenti e ragionamenti in base all'esperienza che li ha disegnati in un certo modo… fin poi giungere al disegno finale: in Arte, si dice di questo quando il cammino dell'Artista passa dal classicismo all'astrattismo al punto che, per certe scuole di pensiero, là dove non c'è questo cambiamento, il profilo artistico viene depennato in un più semplice e manifesto hobby creativo. Fra le due cose ci sono molte differenze: l'hobby creativo è una vocazione che si fa mestiere per abitudine e una volta trovata la sua espressione, si condiziona su quella senza più variare la forma (pensiamo alle ceramiche Thun), mentre l'espressione artistica si modifica, nelle forme, con il tempo, perché l'Artista decide cosa ripetere e come modificarlo… dato che certe forme, avanti nel tempo, non hanno più un “significato” e un “senso”; come l'amore questo è un processo che dura in eterno perché ha valore in ogni attimo del Tempo: ama la gioventù, ama l'età della ragione, ama l'uomo adulto e l'uomo che ridiscende dal percorso intrapreso così invecchiando… si ama l'Arte quindi e si amano le persone, dal principio fino alla fine – né ivi le conosci, per forma e struttura, pari a com'erano bambine eguali come sono da anziane, e il valore di tutto questo è dato solo dal Tempo. Se le cose non cambiano: il Tempo rimane sempre quello. Il valore anche. Se le cose cambiano, il Tempo varia anche il loro valore, sul merito del Tempo. La distrofia mentale del “restyling”, quando comporta le persone voler sembrare giovani da vecchie, mette a nudo l'hobby della vita che hanno vissuto, non la vita vissuta come un'Arte...

In galleria un esempio di lavoro, “Mezzora con Luca”, cartella di 6 disegni A4 su carta da fotocopia varia (da 80 gr. a salire) eseguiti con tre tipologie di strumenti: Carré, Conté à Paris Pierre Noire 3B e KHO-I-NOOR Hardtmuth – 1 euro al minuto, 30 euro in totale.

aggiornamento a Giovedì 26 gennaio: a un giorno da “Il giorno della memoria”, come sovente capita dopo qualche giorno che il “sentimento del dolore” prende posto dentro la nostra anima, eppure senza focalizzarsi solo su quella memoria ma sul tempo presente, vuoi pure in primo piano la nostra condizione (ogni artista scrive la sua biografia, disegnando, quindi cita un poco le sue gioie e i suoi dolori, sogni speranze e i desideri) ieri volendo fare un disegno e poi non avendolo fatto, essendo però poi andati a dormire “con quella immagine nel cuore”, pochi minuti fa abbiamo preso un carboncino e un foglio bianco: e come desideravamo, ci siamo fermati per tempo... sì, perché:

«Da bambino pensavo che un buon disegno dovesse essere pieno di particolari, ci volesse molto tempo per farlo e più tempo ci voleva più voleva dire ch'era buono e ci fossero dentro, naturalmente, mille cose da vedere. Da adulto ho compreso che un buon disegno: ci va neanche un minuto per farlo e la cosa più difficile da capire è sapersi fermar per tempo, prima di andare oltre, rovinandolo.»

Inseriamo, al fondo, come ultimo disegno della galleria, questo disegno – con in evidenza la filigrana del foglio bianco. Pochi segni, come possiamo vedere, realizzati in neanche un minuto, là dove era importante soltanto una cosa... far due segni soltanto e fermarsi per TEMPO senza andare oltre.

Non è, questo, indice che inficia sulla bellezza del lavoro, non è, questo, indice che inficia sul valore del lavoro, ed anzi questo un indice che porta il lavoro ad essere (ammesso e non concesso che si possano far di queste differenze fra i lavori e i disegni) più bello e di più valore degli altri.

fine aggiornamento a seguire articolo come in origine

INTERLUDIO INTRODUTTIVO

disegno non è un lavoro. Ma per dirlo bisogna sapere cos'è il lavoro. Il lavoro, come l'amore, è un qualcosa per ognuno di noi, in base a esperienze e background. Per alcuni il lavoro sono circa 4 ore, alla peggio 6, a vederle fare scorrere, inventandosi modi per farle passare: quella è la fatica, e non abbiamo motivo di credere che un uomo, dopo anni di fatica come quella, non arrivi anche a odiarla, per tutte le implicazioni che comporta. Per altri è quella di operarsi, in gruppo, a risolvere problemi che richiedono una tecnica di gruppo per risolverli: problemi che poi di fatto diventano oggetti presenti in negozi, giornali, librerie, scuole, concessionari etcetera. Sovente è quello il lavoro di gruppo in un team di artigiani dove, la nomenclatura del titolare e dei dipendenti, non è sempre circoscritta da un tot. di ore – sovente sono otto, a volte diventano 9, 10, 11... perché si finiscono i lavori in base alle loro necessità tecniche. A volte questi operai lavorano a costo pari quasi a zero anche a mezzanotte, per scongiurare dei costi di “fermo macchina” facenti a capo ai settori che li pre-avanzano, nel paradosso, può capitare anche con un gruppo di “dandy” che con bicchieri di champagne, brindano alla “prima” del prodotto o di un prodotto di cui non sanno niente ed, entrando disturbando la sede operativa dove si lavora, eccitati come anime del purgatorio alla prima sofferenza, toccano (invasi di coca o altra anfetamina) gli “operai” come oggetti da museo (“Gvavda cavo, qvi si lavova... non lo tvovi eccitante?”) – figurano fra la specie di questi “divertiti da dio” anche personaggi che conosciamo proprio per queste loro caratteristiche, come i pargoli (indesiderati forse) di mamma Fiat... – per altri il lavoro è lavorare per una miseria senza nessuna tutela di sicurezza nei cantieri edili: muoiono senza fare notizia, dato che se al telegiornale fosse stato dato un nome e un cognome a tutte le persone morte durante la costruzione dell'Autostrada che taglia in due da anni la Valle di Susa, non ci sarebbero filtri – mentre sul lavoro ci sono molti filtri.

Anche sul disegno possiamo pensare al lavoro, quando ti dicono cosa fare perché, come nei vari modelli di lavoro supposti qua sopra (tutti tremendamente reali): di solito viene fatto, al meglio, quello che ti dicono di fare. Se sai disegnare (al tuo modo o alla tua maniera o, come nel caso dell'illustratore professionista, o di certi di questi illustratori, in vari modi e vari stili, per potersi appunto adattare alle linee editoriali) – è possibile che ti chiedano qualcosa e tu, al posto del vuoto di un foglio bianco, disegnerai qualcosa.

Ma quello: non è un disegno. E' un lavoro.

Quindi fra disegno e lavoro ci sono delle differenze.

Il disegno reale è come un Pianeta che ha funzioni per crescere, e cresce come cresce senza che nessuno gli dica cosa deve fare: lo fa, e basta.

Per questo ha più valore un disegno: del lavoro.

Ed è questo solo uno dei termini reali del valore di un disegno che si fanno beffe della base per l'altezza per dieci e per il coefficente – 4 valvole di sfogo che solo un commerciante o un venditore poteva peregrinare al vanesio intendere di un'invenzione.

Perché il vero artista, il vero disegnatore, appena si vede costretto a pensare di aprire un negozio (virtuale o reale che sia), dopo aver pronunziato quella parola (negozio) sente l'amaro in bocca come se fosse saturo di antibiotici.

Nè mi soffermo sul malessere esistenziale che depenna il valore di un disegno volendo dare a questo un altro valore in denaro.

Forse: non glielo si può dare perché fuoriesce il disegno dal concetto del lavoro.

E in un mondo come il nostro, dove si parla tanto del lavoro e gli si dà così poco valore, i termini che identificano un disegno al suo valore intrinseco dovrebbero essere spontanei e naturali quanto è vero se sappiamo distinguere un disegno dall'altro soltanto guardandoli.

E a monte di quelle che sono certe regole: forse noi non guardiamo più le cose che hanno un valore solo dopo che le guardi. Il che comporta che forse siamo in difetto e dovremmo reimparare a guardare e a vedere le cose per ciò che sono (e non per quello che misurano sulle trame delle leggende metropolitane).

Ordine o disordine, disegni sparsi su qualsiasi tipo di supporto cartaceo, foglio o misto su appunti e disegni ordinati, ognuno riposto dentro una cartella (sulla quale livrea e struttura della stessa cartella è un poco della filosofia dell'Autore che si adopera al disegno) lavori minuti, leziosi, perfetti – idee che nascono eppoi si sviluppano nella tecnica o impressioni veloci, a braccio, istintive, intuitive, brade, che non lasciano tempo ad altro se nonché all'analisi improvvisa del gesto condizionato da ciò che in quel mentre l'umor lo condiziona. Schizzi, quindi piuttosto schizzi che disegni, e là dove il disegno non ha limiti, se sui contenuti non si discute, allora disegni, e non certo solo schizzi, e dipinti – e come poter dire “solo” di una cosa o l'altra, quando la vedi...

Anche al disegno c'è l'etica e la politica del disegno – proprio come in politica. Pensati in politica: alcuni che con quale coraggio dicono che oggi arrivano i conti da pagare di Renzi e là dove senza sospetto questi stessi lisci e vividi servi d'altri, con loro ci mandarono in default, con loro... ed ecco che, come in politica: c'è la politica del disegno.

Forma – contenuto – e “presentazione” là dove un disegnatore intende raccogliere qualcuno nel suo studio, avrà modo per conversare il suo disegno anche al pari di come gli si mostra il disegno uscendo fuor dalla protetta confezione che lo custodisce.

Un foglio di carta A4 dentro una custodia trasparente in un catalogatore ad anelli – o un foglio Bristol o Schöeller dentro una cartellina cordonata con i lacci e tela rilegata su cartone ivi lui stesso poi protetto da veline...

Sono due tipi di prodotti che per quanto abbiano un valore in termini di contenuto, si intendono, quei due valori, diversamente.

Le “Aste” editoriali, che riguardano sovente le edizioni e quindi anche gli illustratori, son ben chiare su come ivi si compone il catalogo e la serie delle opere che vengono sì così catalogate e presentate. Eccone un esempio. Eccellenze, su eccellenze, su eccellenze, molte di queste edizioni sono praticamente regalate...

Ogni realtà si fonda insomma sulla cultura stessa della realtà e il valore o il prezzo di un lavoro varia a seconda del tipo di cultura che ivi Le si conferisce in dote... sovente, la cultura di cui parliamo, ha molte zone d'ombra, che non riguardano certe attenzioni ma piuttosto il genio, o certe altre parabole di stile o acculturamento mentre piuttosto la vis creativa di un gesto – che ovviamente si dedica a certe forme o altre d'espressione diretta su un supporto... a seconda di quel tipo di cultura linea guida che lo ha guidato: guidato a quel punto che noi stiamo osservando, che noi abbiamo guardato.

Sono le cose che vedi che “parlano” e se non le senti parlare non c'è niente da dire, per questa ragione rimane sempre e solo l'interlocutore a decidere se “prestare attenzione” oppure no a quello che vede e a quello che sente.

E' l'uomo che decide il valore di ciò che vede.

In questo articolo valuteremo il valore di un disegno e di un disegnatore sul merito minimo apprezzabile del suo segno misurato in minuti e quindi in ore (tante quante ce ne sono volute negli anni per imparare, in quel modo, a disegnare). O per giungere semplicemente a farlo, ciononostante la prefazione ci tenga a voler misurare la cosa in altri termini...

Istruzioni per l'uso

Poiché le parole richiedono “pensarci“ mentre gli esempi abbreviano il processo, farei qui un esempio su ciò che dirò a seguire. Prenderei, appunto, a esempio, un disegno di una disegnatrice che mi piace parecchio: Virginia Mori. Ecco qui una carrellata di disegni dell'Autrice. Su questi meriti: potrebbe, il mio giudizio, farsi impressionare o meno dalla sequela di mostre che l'Artista ha fatto o non ha mai fatto in vita? No. La sequela di mostre che ha fatto o non ha mai fatto non darà né più valore né meno a ciò che vedo, come le sorti della sua vita privata, come il sapere o non sapere delle sue scelte politiche (se ce ne sono) et via dicendo, della “musica che ascolta”... il mio metro di giudizio va al disegno.

Potrebbe il mio metro di giudizio subire delle variazioni di merito o demerito sapendo che Virginia ha ricevuto (o non ricevuto) delle critiche da Sgarbi? No. Nè in demerito né sul merito: per quanto mi riguarda, se avesse anche speso dei soldi per avere quella sequela di parole, da par mio sarebbero soldi sprecati: perché io mantengo inaltero il mio giudizio sul disegno che vedo, e non su chi ne parla, ne ha parlato, o sulla fondazione (e su quali principi si fonda quella fondazione) che ha acquistato o meno un suo disegno.

Quando il suo disegno sarà a casa mia e lo vedranno tutti i miei ospiti: guarderanno il disegno, né lo apprezzeranno di più sapendo che alcuni disegni dell'Autrice si trovano al MoMa di NY, né lo apprezzeranno di meno sapendo che un soggetto politico “detestabile” ne ha comperato uno.

Ecco quindi che per me, che so valutare un disegno vedendolo, i parametri della base per l'altezza per dieci e per il coefficente, sono valori da “Mamma voglio fare l'Artista”, cioè subcultura sulla quale sono avvezzi i commercianti per far lievitare i costi di un qualcosa che su quei prametri: non esiste.

Ma esiste solo: guardandolo.

Ergo guardando una cosa, solo così noi sappiamo convenirne un valore equo.

Un disegno in formato A4 di Virginia, per me può valere dalle 100 euro a salire – di grande formato (diciamo 50 x 70) qualche centinaio di euro, fino a superarne mille, fino ad arrivare anche a 3000.

Lo si vede dal tempo che ci vuole per realizzarlo, dalla linea guida dello stile, dall'idea che si sposa alla perfezione al simbolismo femminile e non soltanto, potremo quindi dire alla metafisica del gesto, di sapor contemporaneo, qui ivi inclusa quindi la desta armonia e la poesia che demarca, così, il dettato della mano dell'artista sul foglio.

Che sicuramente non è di carta da fotocopia.

Lo si evince dal lavoro a corona dal suo lavoro in termini di illustratrice e quindi di edizioni, possiamo quindi dire a ragion veduta: d'artista.

Queste son le cose che contano: non il numero di mostre o la carta di identità di chi vi ha scritto due prose a latere o ha messo i suoi disegni nella sua “collezione”.

Questo per far tabula rasa sulle fiere dei figli di papà che sono titolate alla “lussuria” del costo vantaggioso delle 5000 euro a tela per ogni tipo di lavoro di qualsiasi sconosciuto “artista emergente” che... se non dice niente: non ci sono moltiplicazioni che tengono (per comprarsela).

Nè si capisce perché tutelare organi di disinformazione di massa come il mondo del lavoro, ad ogni governo che cambia, tutela le regioni e le province, i consorzi agricoli e di settore, fino a tutto il blocco parlamentare sul quale, ultimo defino, ci sono stelle che portano paradossalmente il buio.

Facendo lo stesso tipo di ragionamento (perché essendo un disegnatore non potrei non associarmi per esperienza a quello che vedo partendo anche da quello che faccio), un mio disegno su carta da fotocopia in formato A4 dei 6 che metto in questa galleria, vale minimo 5 euro, là dove si premia la bellezza del gesto e la dinamica eclettica e creativa della “mano” che ivi svolazza così gaia e libera dandosi per eccesso a quel barlume di gioia o riflessione che poeticamente ancora gli rimane.

Ma anche parlando del fatto che un mio disegno del genere vale così un euro al minuto, dei 5, appunto, che ci metto per farlo (al costo dei giorni che può metterci Virginia a farne uno dei suoi, o della settimana che ci mette mia sorella per terminare le tavole illustrate anche se su carta speciale da 300 e rotti grammi per sostenere l'amalgama della materia sul supporto).

E se di formato A3: da 10 euro a salire, mai, direi, sopra le 25-30, 40 o 50, calcolando se eseguito su carta più spessa – tipo da 100 grammi a salire.

Il soggetto del disegno è importante, inoltre, per stabilirne il valore. Non sono neanche la quantità di linee e di macchie o il tempo necessariamente a definirne la quadra: ma soprattutto se quel tipo di disegno puoi farlo invero te e solo te soltanto.

In una tipografia dove ti chiedono di lavorare di fretta e senza perder tempo a pensare, chiunque può lavorare male a quelle condizioni – o bene se non sa come far altro (almeno, però, bene e in velocità).

Ma quando sei Autore delle tue decisioni e unico responsabile diretto di quello che fai e come lo sai fare: NON chiunque può farlo, bensì solo te soltanto.

E' quello un genere e tipo di tempo a te solo riservato.

Come dietro i disegni di Virginia si “sente” uno spirito legato in qualche modo all'incisione (e a nessuno non verrebbe in mente Urbino) dietro ai miei disegni si vede lo spirito gaio di un'ebbra vis creativa, senza tante altre congiunzioni.

Bisogna quindi saper mettere i due gesti ai loro differenti valori senza paragonarli: ma solo... GUARDARLI.

Mi chiedo quando si faccia in politica per eccitare gli uomini a pensare e quanto facciano gli organi preposti al mercato dell'Arte contemporanea per insegnare alle persone a guardare.

Là dove pensare e guardare, per via dei contenuti, sarebbero due profili educativi controproducenti. Visti i contenuti.

La firma non serve: chiunque riconosce da chi arriva il disegno guardandolo. La serie di mostre che ho fatto non servono (né ci vorrebbero i 10 mila disegni che ho pubblicato finora in mille gallerie sulla rete), se non a garantire il fatto che il tentativo per esprimermi i tal senso, non lo relego a un fatto persona ma a un'attività di giudizio sociale, come Virginia credo lavori per fare vedere i suoi lavori, e non per guadersi del fatto che li sa fare o che li fa, anzi.

Ci va molta coerenza nel saper valutare le cose – el giorno che farò un disegno che non mi verrà più uguale, starà a me il diritto di dargli un valore – e a chi lo vede, darglielo, per quanto sappia guardare.

Io e loro in un solo insieme esistenziale: guardare o saper guardare, capire o saper comprendere.

PREFAZIONE

A volte mi chiedo perché mi è capitata questa disgrazia. Il disegno, intendo dire. Una cosa che non si adatta a tutte le altre cose sue simili e là, dove tutti convogliano, appunto disegnando... generando una sorta di formula che eppure, pure essendo simile a quella di molti altri, perloppiù funziona. Sfugge a tutto ciò l'essere bravi a far qualcosa... il disegno che mi opprime non la vede propriamente in questo modo.

Più che d'essere bravo a farlo, si preoccupa di fare la cosa giusta, e la cosa giusta, in questo contesto apparente, non ha regole o dogmi sui quali sottostare.

Solo la mano, deve sottostare, sapendo d'essere libera di disegnare... questo è il suo sottostamento; eppure, così difficoltosamente cercando, disperata, una giustizia che pare non esista.

A questa sua semplice, eppure ardita, inconsueta cosa o manifesta ragion imperscrutabile d'essere.

Più mi sforzo di dare al disegno una sua formula propria di adattamento, più mento a me stesso e vado contro il fine suo proprio e naturale. Qua sotto, nei vari link, c'è il fattore del coefficente, che si basa su curriculum vitae dell'Artista. L'artista deve fare mostre: non è vero. I lavori dell'artista devono essere acquistati: non è vero. Ed anzi, il suo coefficente “dipende” da chi li acquista: non è vero, sarebbe come a dire che la FIAT ha compromesso il suo dieselgate a seconda di quella che sarà, sul merito, la politica (prevedibilmente permissiva) sui brogli in futuro a venire del nuovo amministratore delegato a misura d'uomo di quel Paese.

L'artista, in verità, può non trovare niente, in una mostra ed anche (ma soprattutto direi) al desiderio di fare una Mostra: all'artista bastano gli occhi della prima persona che ha gradito un suo disegno la prima volta che lo ha regalato a qualcuno, capendo che forse – il disegno era una cosa buona e giusta. Per lui come per gli altri. Ed era forse suo destino credere nell'espressione dei sentimenti tramite i segni e per via di quella strana percezione come fu quel de la natura di un uomo nato per servire gli affamati e non gli stolti, darsi a questo esistere aldilà di tutti i vizi che condannano l'uomo a esistere solo se... certe determinate condizioni – collimano con ciò che pensa che sia giusto.

Al punto da portarlo a pensare, diversamente, che non sia giusto... altrimenti.

Eppure tutti sappiamo che sovente sono le condizioni ad essere sbagliate: non il disegno che è come un paria in terra straniera, naufrago che trova solo disposte persone a prenderlo a cannonate mentre affoga, o povero cristo che a non saper dove sarebbe nato, comunque, dove “nasce nasce”, le regole sono sempre le stesse... ad abbassare, quindi dandogli un valore, la qualità di un “disegno” che deve farsi “mercato” per essere ascoltato, altrimenti, haimé, cosa sarà... mai?

Forti delle nostre regole: noi non guardiamo più le cose per quello che sono. Non gli diamo o lasciamo spazio se non a determinate condizioni. E chi disegna deve preoccuparsi di entrare in quelle formule e condizioni – il disegno viene in secondo luogo, uomo che segue e non uomo che guida.

Con questa scuola, alle spalle, abbiamo tanti curriculum, dove dentro si trovano elenchi noiosi delle solite cose, mostre su mostre, titoli su titoli, location su location e soprattutto quella sterile banderuola di parole inesprimibili, ineleggibili, dove precursori della “critica” fan finire la cera sulle labbra per immobilizzarle e dentro le orecchie per non sentirle... le vere ragioni delle cose che sono quello che sono e non lo diventano se spendi 500 euro piuttosto che quindicimila; sulle quali ognuno dà più o meno peso a seconda della sua conoscenza, cultura, sensibilità... ma pochi artisti o tanti artisti tutti noiosi uguali.

Guai a mai, poi, infine, leggersi il “Manuale per come diventare artista”, che in varie fogge sicuramente ci sarà. Con questi termini di parametri, l'artista diventa una comica.

E infatti lo è. A volte si titola pure sulla cifra di voler governare l'Italia, si prende altre volte il diritto di dire la sua sull'Europa come se questa fosse una “bricciola”... figlio ingrato se poi la critica parte dall'America, sfortunata Lei ad esser nata dalla sovente peggio accozzaglia d'Europa che nel '400 se ne andò per mare...

Insomma: “fare l'Artista” è sovente ridicolo, e vantarsene è come suol dire, una conferma, sulla vera identità, della ridicolaggine.

Non ci sono vanti, solo scelte che si dovrebbero fare con un pochino di letizia.

E invece sovente solo delle semplici disgrazie.

E in tema di disgrazia... andiamo quindi a chominciare.

Tempo fa abbiamo fatto dei ragionamenti sui quali “le Agenzie che si strutturano sul merito” amano far di conto. Le “opere artistiche che valgono in relazione alla loro base per altezza” oppure le “opere artistiche che valgono sul merito della tecnica con la quale si esprimono” e perciò si dimentica del tutto il valore delle cose per quello che sono su ciò che dicono: realmente. Finanche per non annoiarVi Vi daremo qui alcune riflessioni opte.

Ne troverete molte (in letteratura e sulla rete) e ognuno cerca il riferimento che si sposa meglio ai suoi desideri, ma invero – considerare questi valori sul merito di coefficenti o altre alchimie a portata di “applicationmente e controverte la capacità di giudizio universale, quella che ognuno, per suo conto, deve, in qualche modo, imparare.

Si rischia, diversamente, di perdere la radicalità del “reale” quindi di ciò che significa “realmente” un lavoro e il disegno stesso... carta: come fare a sminuire la carta senza giudicare ciò che ci finisce sopra? Concentrandosi quindi solo su ciò che si vede realmente.

Le cose belle: si vedono. Nessuno deve dirVi che una cosa è bella... se c'è questa circostanza, guardate, piuttosto, altro, cercate altro ma non “fatevelo giudicare come se fosse bello”... bisogna imparare da soli a riconoscere il valore delle cose per quello che sono.

E non è certo questo un cammino che riguarda solo chi vede qualcosa che non ha fatto, ma ovviamente riguarda sia le cose che fai e che non fai. Devi saper vedere quello che fai dal momento in cui sai vedere le cose belle in ciò che non hai fatto.

Solo questo permette all'uomo di saper dare un valore reale alle cose che sa fare ma soprattutto alle cose che vede con obiettività, anche quando nascono (e soprattutto) di proprio pugno.

Sicuramente, quante volte abbiamo parlato dei nostri background? Della realtà dell'artista operaio? Sappiamo anche dalla letteratura che l'uomo, sovente “industriato” su modelli di comportamento “terzi”, viene modellato su certi ritmi che possono sconvolgere la sua natura dal momento in cui questi vengono a mancare... dietro questo ragionamento c'è il mondo del lavoro, il precariato, la coscienza percepita dei soli modelli di sopravvivenza che abbiamo e sui quali abbiamo moderato tutte le nostre certezze...

“Impari a comportarti sul merito di quei che sono i comportamenti che inizi ad assorbire per imitazione” perché in ogni luogo ove ci troviamo, esistono precise regole di comportamento e precisi valori. Oltre quei valori: sovente, l'uomo, deve ricominciare da zero... se nella condizione di trovarne altri sempre se, e soltanto, nella condizione di trovarsi in un luogo diverso.

E bastano le “condizioni” per rendere diversi i luoghi, i quali sappiamo che possono modificarsi a causa delle condizioni terze che li modificano per semplice “reazione” indotta dalla rinnovata condizione esterna.

Un esempio contemporaneo e attuale è quello della FIAT, accusata non si sa bene se a buon ragione o no di quei che son stati gli stessi brogli dei dieselgate: qua tutti si chiedono, visto il bizzarro personaggio, quali saranno le nuove regole del gioco quando, a giorni, si instadierà al Governo (Trump, in America) Finirà che i brogli non saran più brogli e sarà più che lecito, per la Volkswagen, appellarsi a una decisione retroattiva visto che Lei, invece, le multe innominabili le ha già pagate.

Tutte le aspettative di vita di un uomo mutano e cambiano in relazione a quelle che sono le mutazioni che riguardano il suo mondo conosciuto... eppure c'è un modello comune per saper riconoscere il valore delle cose: e questo è il Tempo.

In base al tempo si valuta, ad esempio, la retribuzione di un uomo, dal momento in cui fa qualcosa per la quale viene retribuito. Su questo gioco di parole, è stata la fortuna degli italiani, o meglio, stante alle ultime percentuali sul merito: la fortuna del 23 e rotti percento circa degli italiani che detengono la ricchezza, sulla quale forbice c'è un 70-80 percento di italiani che vivono vicino alla bordeline della soglia della povertà.

Sul merito si può leggere il recente rapporto Oxfam.

Un uomo che è stato addestrato a dare un valore del proprio tempo in base al proprio lavoro, oggi non ha più riferimenti sul merito. Se facente riferimento al nostro Paese in una delle mansioni comuni, ritenute quindi medie, di “operaio specializzato” – il riferimento delle 1200 euro mensili è decaduto da tempo (forse rimasto invariato per gli statali che sul vizio di forma, hanno tante di quelle tutele dal potersi fermare davanti al computer finché non viene l'assistenza per ripararlo... il che la dice lunga sia sulla specializzazione – sia sull'assistenza fra virgolette, che sul merito della produttività reale).

Oggi, in una media azienda grafica, un factotum con incarichi sia produttivi che intellettuali (quindi da artdirector a confeziona scatoloni) deve saper far di tutto senza orari limitanti (si finisce quando si finisce) e per avere questo onore può contare su (in media) circa 800 euro al mese (con le quali non si pagano manco l'affitto onorando le spese) – chi si paga tutto da solo (e usa l'auto per andare al lavoro) se ancora raggiunge quota 1200 non arriva a fine mese (e i mesi dei conguagli va in rosso) eppure non si sta comprando manco la casa (ciononostante lavori come capoturno su tre turni).

Tutte le percentuali di persone che non reggono questo stile di vita manco per una settimana sono finite in parlamento su internet... e quindi i calcoli del percentile di cui sopra (rapporto Oxfam cfr. Italia – miracolosamente tornano...).

Associando a questo il diritto dei consiglieri regionali di ricevere diarie di 2500 euro di vitalizio e pensione piena compiuti i 50 anni di età – è chiara la forbice che prima o poi dovrebbe arrivare a quel tipo di rivoluzione che, come nella Francia del tempo che fu: si oppose tagliando piuttosto le teste...

Oggi, sul merito di quella che è la nostra capacità vocazionale, poiché a furia di disegnare stiamo anche cambiando la forma del disegno, ci siamo posti il limite di giudizio del saperci dare un valore senza diminuirlo e né senza renderlo inaccessibile (come le cento euro a “litografia” durante i mercatini di Natale degli artisti o le fiere da 5000 euro a tela per artisti sconosciuti o emergenti...) – là dove ci chiediamo di che parte di percentuale degli italiani facciano parte questi.

Poiché tempo fa un pochino esageratamente abbiamo vagliato la logica dell'euro a disegno (che nessuno vuole perché al pensiero delle spese postali a suo carico gli vien lo svenimento) ecco che abbiamo pensato a fare un ragionamento pratico e pragmatico: sul giudizio di parte.

Il giudizio di parte indica e fa presente che certi disegni li fa soltanto una persona e quindi, al tempo che ci va, nel TEMPO – per arrivare a sì cotanta certezza nel farlo, è giusto dare un valore.

Se quell'euro lo dessimo al MINUTO noi potremo vendere un nostro disegno a 5 euro, perché ci mettiamo 5 minuti per farlo – 0,50 cent quando ce ne mettiamo, sovente, 10.

Calcolando su questa media: un'ora di lavoro costerebbe 60 euro (oppure 30, il minimo costo orario per singolo professionista che nel 2008 chiedeva di default una commercialista per prenderti in carico senza perdere tempo... ndr: cifra sinceramente mai raggiunta...) (quando un'azienda media italiana ha un costo medio all'ora di 80 euro e quando un architetto iscritto all'Albo o altro professionista di ruolo, medico, psicologo o quant'altro specialista – nel prende dalle 240 alle 300, chi prende poco ed è convenzionato con la mutua, 120 e direttamente con la mutua 50-60-70-80... a seconda del suo grado di giudizio: qualificatosi col TEMPO...) – riteniamo quindi che le 60 euro all'ora (o 30 nella variante) e le 5 euro all'ora a disegno (o 2,5): valgano ogni euro che chiedono.

E non portano il valore aggiunto del nostro “dono” a servizio del prossimo, tenendolo distante per via del prezzo... almeno riteniamo: temporalmente :) O tempo permettendo.

Quindi da oggi ragioneremo in tal senso, lasciando perdere la base per l'altezza e – misericordia e anatemi a carico – disponendo i costi delle spedizioni postali sempre al committente (che se volesse un disegno soltanto ci costerebbe più la posta che il lavoro speso per fargli quel disegno).

Anche se ogni tanto vorremo prenderci la briga di fare delle Aste sul merito di altri bizzarri ragionamenti, tipo la vendita di disegni (messi uno sopra l'altro) in base allo spessore :D

Il problema dell'Artista è che non dovrebbe amare ripetersi, per quanto il suo stile sia lo stesso e possa comunque mutare col tempo (ed anzi, meglio se cambia). Quindi disegnare a comando o sul freno di qualche indicazione, per l'artista è un impedimento alla verità – se si sforza di liberare quella libertà anche andando da anni contro la sua coscienza (allenata a regole di comportamento indotte al salario di quel che era il suo lavoro specializzato operaio), sul quale merito, oggi, grazie alla crisi, parti chiedendo 5 euro all'ora, forse poi 6, sette se vedono che marci bene e 8 se sei assunto a tempo indeterminato. Cose che si possono fare se il tuo imprenditore è più bravo di te, ma se non conosce il tuo lavoro, perché non sa farlo, molto meglio lasciar perdere o fare da soli finché non trovate persone che aspettavano solo di trovare qualcuno in grado di “farcela da solo” per far le cose insieme: perché sovente, non guadagnare niente è molto meglio che rassegnarsi a lavorare male.

Perché cercare fa sempre bene e c'è sempre qualcuno che ha bisogno della persona giusta.

Sappiamo bene come da quando c'è vita, la domanda e l'offerta non si incontrano mai perché si cammuffano i ruoli sul merito di ciò che sanno e che danno.

Ma per fare cosa, di fatto? Di fatto, per fare servizi, sui quali servizi devi girare amabilmente e diplomaticamente facendo ogni giorno di necessità virtù: perché in un'azienda non tua si lavora sul merito del ritmo degli altri, e non facendo le cose che faresti tu – cose che, invece, puoi fare quando, poniamo l'esempio sul merito, hai lavorato 15 anni in un'azienda sana e per tornare a lavorare così bene: diventi imprenditore di te stesso.

Ma anche qui, con il TEMPO, mutando e variando alcune certezze e non certo per vanità: ma per sopravvivere :)

Ciò detto per concludere: un lavoro a salario (manufatturiero o altro) che NON dipende, pertanto, dal tuo potere decisionale, bensì solo sul merito di quella che è la tua esperienza professionale per risolvere problemi (possibilmente velocemente) non è pari al costo orario che devi imparare a decidere sul valore di ciò che fai con le tue mani decisionalmente parlando.

Perché tutte le decisioni hanno un costo, dato che nel mondo del lavoro: sono le sole cose che contano. Senza DECISIONI nessuno lavorerebbe perché nessuno saprebbe, di fatto, cosa fare. E' facile essere in contesa sulle decisioni, quando non devi prenderle... e di fatto: ogni testa di volta, in Azienda, deve prenderle per non creare blocchi di produzione.

Chi non le prende lavora sempre facile... se per rianimare un PC deve attendere l'assistenza di ruolo. La quale, non avendo contraddittorio, può fare anche lì quello che vuole...

Ergo – se sai cosa fare: inizia a dare un valore a questo sapere che come vedi, ogni professionista si fa pagare... e se a conti fatti, rapportando il valore di un disegno contro la base per l'altezza per 10 più il coefficiente, metti un disegno a 5 euro anziché 50 (se il coefficiente è pari a zero) è chiaro che probabilmente non stai truffando la gente ed è bene che in qualche modo, se cambia il mondo che conosci, alla pari di come sai metterti al servizio (lo hai fatto per almeno 20 anni) provi a farlo su ciò che soltanto tu sai fare (e potresti fare anche meglio)... se ci fosse un seppure minimo valore a sostegno de il disegno :)

Pare questa tutta una anamnesi che perlustra il territorio del nulla ... se nonché: se guardi, non vedi: nulla. Ma: qualcosa. “Qualcosa” è propriamente il termine sul quale si fonda il mercato: se “è” qualcosa, allora ha un valore e c'è un mercato.

Se è qualcosa, appunto.

E i modelli che abbiamo a disposizione, sembrano venuti fuori apposta per creare qualcosa... dal nulla.

 

 

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