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Antonio Laglia

Artista - iscritto il 10 mag 2010

Frequenta il Liceo Artistico a Roma dove incontra il Maestro Enrico Gaudenzi. Studia all'Accademia di Belle Arti di Roma al corso di pittura del Maestro Alberto Ziveri, ed incisione con il Maestro Arnaldo Ciarrocchi. Vive e lavora a Roma.


……Laglia è un giovane pittore impegnato a fondo nel suo sogno, non simbolico ma acutamente osservante sulla propria realtà.
Realista di mente, lontano da qualunque contagio fittizio, segue il suo stato d'animo con tanta fede pur amando le storie d'arte dei francesi, degli olandesi, e degli spagnoli. Le sue esperienze non sono dilettantesche ma rigide nel costume da lasciare tanta fiducia nel mondo che lo circonda. Lavora da anni con costante impulso cercando non una formula bensì la trasformazione delle cose della vita.

Alberto Ziveri (1978)


Il realismo di Laglia discende da quello di Ziveri in senso morale più che stilistico e interpreta il dato reale attraverso una profonda immedesimazione negli oggetti del suo sguardo e l'immagine che ne ottiene è molto verosimile; la somiglianza nasce come conseguenza di un'apertura quasi totale alla novità che il modello in posa rappresenta. Potrebbe sembrare ovvio che l'artista abbia questa attitudine recettiva nei confronti del mondo esterno ma, invece, si tratta di una rara disponibilità; infatti, più spesso accade che l'immagine sulla tela sia il frutto di conoscenze acquisite in precedenza e le forme siano ottenute mettendo a frutto il mestiere. In questo caso, l'apparenza verosimile nasconde un processo nel quale non viene lasciato molto spazio alla scoperta del nuovo, anche se il risultato può essere di successo.
Laglia "lotta" con la forma cioè non desiste dal tentativo di rappresentare finché riesce a raggiungere quella sincerità di resa che sia il ritratto vero e unico di quel particolare modello (od oggetto) nella situazione di quel momento. Una forma unica, quindi, da ricercare ad ogni nuova posa, invece della formula accademica o mestierante che consente di fare figure anche senza modelli.
Si tratta di un atteggiamento rischioso (perché si può fallire nel tentativo di raggiungere il nuovo) e oneroso (perché il lavoro è lento, spesso non così accattivante come le cose fatte seguendo un processo collaudato), spesso non facile da riconoscere perché l'immagine ben fatta e corretta potrebbe anche somigliare al risultato di una copia meccanica. In quest'ultimo caso, il giudizio deve essere aiutato dalla sensibilità dell'osservatore al quale viene chiesto di non fermarsi semplicemente alla superficie del dipinto, alla figura o immagine quale potrebbe vedersi anche in una riproduzione stampata ma è invitato ad entrare più profondamente nel quadro.
La superficie iconica, infatti, è realizzata con un tessuto di pennellate e un concerto di tinte che sono il vero "pasto" dell'amatore o conoscitore d'arte. La densità della materia, il suo modo di venir stesa sulla tela, la qualità degli incontri fra le zone di colore sfuggono a chi si confronti con un'immagine fotografica e possono apprezzarsi solo con un'osservazione attenta. Da questa, si potrà ricavare l'intima armonia della pennellata, il suo percorso, il dramma che suggeriscono gli spessori d'impasto o i segni della lotta per definire una forma difficile insomma tutte quelle qualità che sono l'equivalente di una presenza viva.


Gianluca Tedaldi, storico dell’arte (1996)

 

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