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Andrea Vogler

Pubblicato da
Andrea Vogler
il 07 agosto 2017

Prigionieri dello zeitgeist

Prigionieri dello zeitgeist.

Walter benjamin diceva che a differenza del mondo classico, nel nostro mondo sono solo le forze della distruzione e della decadenza ad avere ormai una legittimazione estetica. A ben vedere non c’è una sintesi estetica corrente che non faccia riferimento a questo assunto più o meno consapevolmente. Come nei più felici tempi del rinascimento l’arte oggi è chiamata organizzare il consenso verso un oggetto dichiaratamente teologico. Il suo orizzonte è quello del pensiero unico, dell’egemonia del positivo che non riconosce altri che la propria totalità indifferenziata. Essa concorre alla dissoluzione di ogni differenza, . Non deve più mostrare, ma mostrarsi, impadronirsi a tutti i costi dello sguardo, in un rimando dichiaratamente schizofrenico, saccheggiando a piene mani dalla storia, o raccogliendosi nel più feroce narcisismo, in quello che Baudrillard definisce “ l’esibizione delirante della propria nullità.”
Le forze del progresso, incapaci di cogliersi come mitologia, non hanno neanche più bisogno di colonizzare un immaginario ormai al collasso, esse dichiarano piuttosto la completa autonomia del segno a discapito del valore. In questo quadro imperversano codici a se stanti, che dichiarano la loro necessità quanto più il linguaggio diventa molecolarizzato e parcellizzato. Basti pensare in questo senso, a come quello della decadenza, anche se ormai parzialmente storicizzato, così come quello della più insana autodistruzione, divengano codici imprescrittibili per la giovani generazioni di artisti. Ma il risultato è freddo, glaciale, malgrado l’apparenza emancipatrice si tratta ancora una volta di una rifrazione del potere e dei suoi assunti nella pura dimensione estetica. Il nichilismo gelido e compiaciuto, l’adesione alle spinte psicotiche del corpo sociale, fanno di essi delle spente caricature presto consegnate ad una storia , che non è più confronto con il passato e la tradizione, ma una feroce e incontrastabile apologia del presente. Se da una parte aspirano a dare voce alla denuncia universale, dall'altra concorrono ad assolutizzare e naturalizzare i rapporti di forza dominanti. C'è qualcosa di arcaico ed intimidatorio nelle loro opera come nella loro dichiarazioni . Si ode ad ogni istante la derisione paternalistica verso tutto ciò che trascende la dimensione immanente del consumo , che si oppone alle forze onnipresenti del mercato, chiamate d'altra parte ad ogni momento , a dare una legittimazione definitiva a loro stessi e al loro agire. Vivono di una fascinazione mai spenta per l'idolo, essi non spingono a far riflettere ma ad eliminare la possibilità di pensare.
Ma è anche chiaro che in fin dei conti, non è possibile amare un idolo,anche quando le spinte assolutiste ad opera del macchinario tecnocratico non hanno più limite.
L’artista è ancora tale quando è ancora in grado di pensare la distruzione della potenza, la sua dissoluzione in un agire sotterraneo e invisibile sottratto ad ogni tecnicità e vuoto esibizionismo. Esso dovrebbe reintrodurre un eccesso di realtà coltivare, una singolarità non raggiungibile dalle onnipresenti forze del mercato, a spese anche della propria individualità più o meno fittizia. Ciò significherebbe anche il collasso di quel mondo fantasmatico, la dittatura del virtuale che ormai ha risucchiato le coscienze e che si erge ad unica dimensione di scambio e di conoscenza. Non è con un ‘alleanza tra i soggetti che esso è messo sotto scacco, ma in un immersione del soggetto nel suo segreto, al di là di ogni possibile sguardo o rappresentazione.

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