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opening mer 24 gen

Fillipo de Pisis al MEF

24/01/2018 - 22/04/2018

La mostra intende porre in luce il rapporto a lungo intercorso tra Filippo de Pisis e le fonti
pittoriche del presente e del passato.

L’approccio alla pittura da parte dell’artista nasce grazie all’amore e alla passione per la storia
dell’arte, il culto per la tradizione ferrarese del Costa e del Francia, e si sviluppa nell’arco di un
trentennio secondo varie passioni di volta in volta inseguite, percorse, collezionate e ritrovate.
De Pisis, visitando e studiando le opere nei musei, ritrova le proprie radici legate al naturalismo
e alla pittura francese, scopre se stesso e la propria ispirazione. Dal confronto con i
contemporanei de Chirico, Savinio e Carrà, in gioventù egli focalizza la propria attitudine a
collezionare il mondo come pratica cosciente di riflessione metaforica e metastorica, in senso
metafisico.

Dall’incontro con la passione pittorica di Soutine, con il pastello rapido di Toulouse-Lautrec,
riceve a Parigi lo stimolo per svincolarsi dalla lezione di Manet, pittore a lungo amato in
gioventù e da sempre ritenuto un modello, e per approdare al libero segno sulla tela, a quella
libertà espressiva che negli anni Trenta preannuncia gli esiti di certa pittura informale.
Il dialogo con le fonti artistiche, la frequentazione dei musei europei, la pittura dei
contemporanei, lo portano a elaborare un personale approccio alla tela che rimarrà negli anni
inconfondibile, come una cifra indelebile nella storia dell’arte italiana del Novecento.
La mostra, che raduna circa 150 opere tra dipinti e disegni, intende porre l’attenzione sul
complesso mondo che caratterizza le passioni d’arte e la cultura dell’artista: l’inclinazione
poetica, la passione antiquaria e collezionistica, il mondo musicale della lirica, l’indole del
botanico naturalista e l’amore per il museo e le civiltà del passato.

Queste costanti, che lo seguono per tutta la sua straordinaria parabola creativa, costituiscono
delle tappe fondamentali e divengono i cardini attorno a cui si snoda il suo maggiore impegno
nella pittura. Il concetto alla base della mostra consiste infatti nel far ruotare attorno alle opere
depisisiane una costellazione di riferimenti di altri autori, proponendo al pubblico un percorso
articolato in sezioni.

Poesia
La passione per la poesia è resa attraverso il singolare e unico rapporto intercorso tra de Pisis
pittore e “poeta” ed Eugenio Montale, poeta e “pittore” alla maniera dell’amico. Sono esposte in
questa sezione le raccolte di poesie di entrambi, le testimonianze epistolari e pittoriche di uno
scambio continuo di doni che ha caratterizzato il rispettivo percorso creativo.
Una fra le opere pittoriche più significative è la grande tela de il Beccaccino (1932),
proveniente dalla stessa collezione di Montale e donata da de Pisis all’amico.

Natura
La natura, nei suoi aspetti botanici e connessi alla speculazione scientifica è stato uno dei
motivi trainanti della pittura del Maestro. Tale passione, che ha trovato uno sbocco nel tema
tipicamente depisisiano dei fiori recisi, è esemplificata da una selezione di fogli dell’erbario
giovanile che l’artista aveva raccolto con intento speculativo e donato all’Orto Botanico
dell’Università di Padova, e da una selezione raffinata di oli e acquerelli. In particolare, opere
come Dalie e gladioli (1933) evidenziano l’ambiguità della passione per i fiori, la sensualità
legata all’attimo e la consapevolezza della caducità della bellezza. Il Paravento delle tre stagioni
(1941) e La foglia nella tempesta (1940) costituiscono le testimonianze estreme di un rapporto
costante con la natura come generatrice di vita o dispensatrice di morte.

Le avanguardie
L’attenzione posta all’antico per naturale inclinazione e per educazione sostanzia lo sguardo
di de Pisis negli studi giovanili di erudito storico dell’arte, ma non esclude la passione
nei confronti delle avanguardie del Novecento, che egli ritiene ancora nel 1916 tendenze
contemporanee e propositive. In particolare il suo sguardo va al Dadaismo, in contatto
epistolare con TZARA, al Futurismo, in rapporto a Depero, e alla Metafisica, di cui si sente
partecipe fin dalle origini ferraresi del movimento nel 1917, in stretta amicizia con de Chirico,
Savinio, Carrà. Ne sono testimoni opere come Natura morta isterica (1919) o Papier collé
(1920) un raro collage degli esordi. La sezione sviluppa soprattutto il rapporto con il Maestro
della Metafisica, con cui de Pisis ha intessuto
un’amicizia duratura attestata da un giovanile
Ritratto de Chirico che l’artista ha sempre
conservato tra le proprie carte. Rilevante,
in questa sezione, è il raro Paesaggio
metafisico (1923) che rivela come le
geometriche asprezze dell’amico siano
metabolizzate in uno stile personale che
punta alla dolcezza espressiva e alla sintesi
visiva.

Arte antica e contemporanea
Il nucleo della mostra è costituito da opere
di de Pisis poste in dialogo con gli autori che
egli ha sempre considerato i suoi modelli, a
cui sovente si rivolge con specifici “omaggi”.
Omaggio a Michelangelo (1928) evidenzia la
tragicità della scultura lapidea del Genio del
Rinascimento.
È il museo, del resto, a sostanziare i percorsi
di de Pisis, dai Musei capitolini di Roma, al
Louvre, alla Tate Gallery di Londra, in cui egli
prende appunti visivi importantissimi per i
suoi dipinti, attestati in mostra da una serie
di disegni tratti da capolavori dell’arte antica.
Da un Cristo attribuito al Sodoma visto alla
Tate nel 1935 egli trae spunto per un volto in
cui il dramma è sintetizzato in pochi tratti.
A Milano, nelle sale della Pinacoteca di
Brera, vedono la luce gli schizzi come Studio
da Tiziano (San Girolamo penitente); Studio
da Solario (Testa di giovane); Studio da
Bononi (Testa di San Francesco); Studio dal
Tiarini (Decollazione del Battista).
Anche gli omaggi ai contemporanei sono
frequenti, esemplificati da opere dell’autore
in dialogo con rare tele di Scipione, Arturo
Tosi, Felice Casorati.

LA MOSTRA

La grande conchiglia, 1927
olio su tela, cm 53 x 41

La musica
Particolare attenzione è posta al rapporto con la musica e il teatro, specificamente con l’opera
lirica, tanto amata dal Maestro ferrarese. La sezione raccoglie una selezione di libretti originali
appartenuti al pittore, in dialogo con note opere come La perla. Omaggio alla Duse (1943)
e Suonatore di flauto (1940) in cui l’artista sembra interpretare sulla tela la classicità della
recitazione dusiana o la commistione tra elementi arcadici e musica contemporanea.

Lo studio di de Pisis
Tutto ha origine nello studio del Maestro, da lui chiamato anche “camera melodrammatica”,
di volta in volta trasferita nelle varie città in cui l’artista ha vissuto: questo spazio è il luogo
delle collezioni di oggetti d’antiquariato e di quadri di pittori antichi, una sorta di fusione tra
la Wunderkammer per la raccolta di oggetti ispiratori e la garçonniere per gli studi di nudo
maschile. Una serie di chine su carta di nudi maschili – tra cui Nudo maschile sdraiato (1931)
e Nudo (1934) – rispecchia l’aspetto sottilmente erotico dello sguardo del Maestro.
Una scelta di opere antiche appartenute alla sua collezione rivela inoltre la sua passione di fine
conoscitore: artisti minori del Settecento ai capolavori del grottesco Pietro Della Vecchia, pittore
del Seicento veneziano, di cui l’artista ama il realismo crudo e ambiguo.

L’ambiente di Parigi
Nel periodo parigino l’esilio volontario di de Pisis dall’Italia fascista non ha il sapore di una
fuga definitiva. L’artista è sempre in contatto con l’Italia, dove soggiorna nei periodi estivi
per le vacanze a Cortina o nel Tirolo. Nella Ville Lumière egli ritrova il gruppo di artisti italiani
denominati Italiens de Paris. In questa sezione, opere di Tozzi e de Chirico, accompagnano
la produzione di de Pisis. Una rara testimonianza della collaborazione con gli amici italiani è
la cassetta da viaggio che conteneva il pappagallo di de Pisis di nome Cocò, che l’artista per
scherzo fa dipingere ai suoi colleghi, tra cui Campigli, Tosi e de Chirico.

Paesaggi come luoghi dell’anima
Il paesaggio urbano en plein air rappresenta la dimensione in cui il pittore dà sfogo al suo
desiderio di abbracciare il mondo in ogni sua manifestazione. In questa sezione spiccano i
paesaggi parigini come La Torre Eiffel (1939), gli scorci dei Boulevards e una veduta di Londra,
La casa di Newton (1935) che con le numerose vedute di Milano e di Venezia esemplificano
i percorsi “turistici” dell’artista, in cerca di luoghi che gli appartengano e gli rivelino la propria
identità sfuggente.

 

Verso la fine
Nell’ultimo periodo del Maestro (1948-1953), con l’acuirsi della malattia, i frequenti ricoveri
in case di cura, gli esami medici, gli spostamenti da un ospedale all’altro limitano fortemente
il suo campo di azione. Egli non è più in grado di viaggiare per puro piacere, di confrontarsi
con la pittura contemporanea e antica. Dunque la sua tavolozza diviene sempre più rarefatta
ed essenziale. La luce è invadente, i pochi elementi della sua pittura sono evidenziati in
opere come Natura morta con il calamaio (1952) e Rose bianche (1951): presagio di una fine
incombente.

Spazio espositivo: Museo Ettore Fico Città: Torino(TO) Indirizzo: Via Francesco Cigna 114

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