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Colosseo conteso

Pubblicato da
Leonardo Basile
il 24 aprile 2017
Quando non si hanno competenza e capacità a governare una città si passa ad attaccare le riforme del 'nemico' che, in questo caso, è il Ministero (e non il Ministro) dei beni e delle attività culturali e del turismo. Da leggere questo articolo di Helga Marsala e Massimiliano Tonelli pubblicato su Artribune.com e che qui su Equilibriarte introduco.

Un’articolata disamina sulla situazione delle politiche culturali romane, partendo dell’ultimo scandalo: il ricorso al TAR annunciato dalla Sindaca Raggi, per impugnare il provvedimento che istituisce il nuovo Parco Archeologico del Colosseo. Ovvero: come fare propaganda politica bloccando importanti processi di riforma (e non amministrando la città).

Riassunto delle puntate precedenti. Nel 2015 Ignazio Marino e Dario Franceschini firmano un accordo per la gestione dell’Area Archeologica Centrale di Roma. Poi Marino cade. Intanto Franceschini prosegue nel suo lavoro di riforma di tutti i grandi musei italiani (oggi dotati di autonomia e assegnati a direttori scelti previo bando internazionale) e di tutti i maggiori Parchi Archeologici. In vista della fine della Legislatura, Franceschini giustamente vuole completare il lavoro fatto e spinge sull’acceleratore. Così, a gennaio 2017, include nel progetto anche le poche – ma importanti – cose che erano rimaste fuori: Colosseo e Pompei.

Roma viene riorganizzata come segue: Colosseo, Arco di Costantino, Foro Romano, Palatino, Domus Aurea e Meta Sudans diventano Parco Archeologico, avranno un direttore scelto con bando pubblico e totale autonomia. Per il resto dei beni culturali statali della città ci penserà la Soprintendenza la quale avrà 30% degli incassi del Parco. Il 50% rimarrà al Parco per il suo sviluppo e la sua tutela e il rimanente 20% finirà, come oggi, al fondo di solidarietà nazionale, ovvero a beneficio di tutto il patrimonio “minore” che ha la fortuna di sbigliettare all’impazzata come il Colosseo.

A fronte di questa ambiziosa riforma, la sindaca di Roma Virginia Raggi, con una conferenza stampa convocata lo scorso 21 aprile (perfetto il Natale di Roma per fare polemiche e lanciare messaggi ostili contro altri pezzi del paese.), ha annunciato uno clamoroso ricorso al TAR. Spiegando, insieme al suo assessore alla crescita culturale Luca Bergamo, che il decreto per l’istituzione del nuovo Parco non era cosa buona e giusta per la città e che pertanto sarebbe stato impugnato dal Comune in sede legale.

Ed ecco il cuore della denuncia. La riforma finirebbe col creare a Roma aree archeologiche di serie A e di serie B. Ma, cosa ancora più grave, il Colosseo verrebbe in qualche modo sfilato, scippato alla città. Raggi e Bergamo, però, sanno benissimo che il Colosseo non è della città dagli Anni Venti e che nulla del perimetro delle competenze è mutato, così come nulla è mutato nella distribuzione delle risorse. Che, anzi, potrebbero anche aumentare se il Colosseo e il relativo Parco saranno gestiti in maniera volitiva dal punto di vista manageriale (al netto dei problemi contingenti di passaggio di consegne: ad esempio da venerdì scorso la Soprintendenza si è ritrovata senza cassa e senza conto corrente, ma sono faccende organizzative temporanee, non di sistema).

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