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Ecce Homo

Pubblicato da
Lorenzo Paci
il 24 ottobre 2016
Da Marino Marini a Mimmo Paladino, la scultura di figura nell’arte italiana dal secondo dopoguerra ad oggi. La mostra che si svolgerà alla Mole Vanvitelliana dal 27 ottobre è curata da Flavio Arensi.
Pensata e costruita per il luogo che la ospita, spogliato degli apparati che lo occultavano ma nel mantenimento dei materiali usurati incorporati nel tempo, la mostra ECCE HOMO si snoda in ambienti che risultano magnificamente ambigui e che consentono un’esperienza fisica forte tra la vita solida delle sculture e la spazialità vanvitelliana.

E’ una grande esposizione, con più di 40 opere, collocate in 1500 mq all’interno della Mole, che segna il capitolo fondamentale di un progetto più ampio, destinato a farne un sistema culturale capace di ospitare produzione, formazione, programmazione ed esposizione culturale ed artistica.

Il progetto che nasce dal Comune di Ancona e dalla Fondazione Cariverona trova in Ecce Homo il suo momento di concreto ed importante avvio, con un focus di grande interesse sul ruolo della scultura oggi e, più estesamente, sul rapporto creativo tra l’uomo e la materia.

Insieme a Civita Mostre e al Fondo Mole Vanvitelliana, nell’organizzazione anche il Museo Tattile Statale Omero ad indicare nuovi linguaggi e nuove prassi nell’accessibilità e nella fruizione.

La mostra, a cura di Flavio Arensi, intende organizzare un itinerario all’interno dell’ampio scenario della scultura italiana, proponendo alcuni dei protagonisti salienti che ne hanno caratterizzato lo sviluppo, con particolare riferimento all’indagine sull’uomo, più che sulla figurazione.

Si tratta di una mostra che, a partire da Marino Marini (come eco di una svolta fondativa di un nuovo linguaggio segnato da Arturo Martini) fino a Mimmo Paladino e ai più recenti autori, vuole mettere in relazione la scultura con il rinnovato spazio della Mole, dove l’allestimento di Andrea Mangialardo cerca di creare dei piccoli cortocircuiti visivi e di relazione fra le opere, installate non per periodo storico ma affinità di soggetto.

Ne risulta un viaggio fra differenti stili, materiali e visioni che chiedono al visitatore di concentrarsi non tanto sul singolo autore o sulla situazione culturale ma di cogliere il senso dell’essere umano nel tempo presente.

Che siano i Savi in pietra di Fausto Melotti (La disputa dei sette savi di Atene), per la prima volta esposti al di fuori della città di Milano dove sono stati concepiti e collocati, o la classicità di Francesco Messina (Ritratto di Alfonso Gatto, Nudo), fino agli interventi dei più giovani Pietro Ruffo, Donato Piccolo e Fabio Viale, quello che emerge come il senso di una presenza nel mondo, ma persino una sua assenza.

Nelle due importanti installazioni di Gino Marotta (Mare Artificiale e Pioggia Artificiale) è infatti il visitatore che diventa protagonista di una esperienza emotiva, che si prolunga nella metamorfosi di Apollo e Dafne di Alik Cavalieri, per la prima volta presentata al pubblico dopo il restauro.

Sono tante le curiosità che caratterizzano la mostra, come il recupero di alcune sculture e autori che qui tornano a ritrovare un centro critico nel panorama dell’arte italiana ed europea, tra cui Augusto Perez (Testa d’uomo), presente con un’opera del 1960 già alla Biennale di Venezia, e raramente visibile, e i due piccoli bronzi di Marino Marini, resi disponibili per la prima volta dai collezionisti dopo le importanti mostre degli anni sessanta.

Anche l’anconetano Valeriano Trubbiani si ripresenta con due delle sue installazioni più intense e poco visibili (Le morte stagioni e Ractus ractus) qui ricollocate, ma ci sono anche le ceramiche di Giosetta Fioroni, Aldo Mondino, Luigi Ontani che raccontano – insieme a quelle di Lucio Fontana, Aligi Sassu e Agenore Fabbri - della centralità di questo materiale nel sistema linguistico delle arti.

Alcune opere della collezione della Fondazione Domus, completano la visita con capolavori come Geremia e Profeta di Mirko Basaldella, la Tebe distesa nell’ovale di Giacomo Manzù o il grande quadro scultura dedicato a Van Gogh di Enzo Cucchi, Van Gogh respira.

L’ampio progetto, nasce dal Comune di Ancona e dalla Fondazione Cariverona, che ha dimostrato di crederci sin dall’inizio dell’elaborazione, innesca processi di produzione e programmazione di cultura del Novecento e contemporanea.

In particolare con questa mostra potrà aprirsi un focus di forte interesse sul ruolo attuale della scultura e, più estesamente, sul rapporto creativo esistente oggi tra l’uomo e la materia.

L’esposizione sarà affiancata, quindi, da attività che non ne sono cornice, ma parte integrante, e che innescheranno i processi futuri de La Mole: attività di formazione culturale, d’impresa culturale; attività di divulgazione e coinvolgimento attorno l’arte moderna e contemporanea; commissioni ad artisti contemporanei; residenze; accoglienza di segmenti di progetti nazionali e internazionali sul tema della materia; esposizioni temporanee; attività di spettacolo.

“L’ambizione è quella di passare dal concetto, oggi insufficiente, di ‘spazio culturale’ a quello di ‘sistema culturale’, sottintendendo quindi che l’interesse risiede nelle dinamiche di costruzione della cultura e non nella statica e frontale proposta artistica o spettacolare.

”Alcune delle opere esposte, rimarranno a La Mole in permanenza e qui saranno riallestite, al fianco di esibizioni temporanee degli anni successivi, sia in spazi aperti che al chiuso.

Nei nuovi spazi rinominati Magazzino Tabacchi Per questo primo capitolo, sono stati approntati interventi spettacolari nelle sale della Mole che affacciano sul lato del Rivellino-circolo Stamura e che ospiteranno le opere di Marini, Melotti, Martini, Trubbiani, Baj, Cucchi e molti altri.

Si tratta di spazi in cui si trovavano interventi stratificati: pannelli di vari materiali, passerelle, scale, chiusure, e che attraverso questi interventi erano stati divisi e avevano perso l’integrità originale.

Per ragioni di coerenza, quindi, oltre che di sicurezza e di rispetto della normativa, gli spazi, rinominati con il suggestivo titolo di Magazzino Tabacchi, in virtù del ruolo che ricoprirono durante il periodo del Monopolio di Stato alla Mole, sono stati liberati di ogni infrastruttura accumulata negli anni.

Si apre dunque, per tutta la città, una nuova prospettiva: un solo, grande spazio di circa 1.500 mq, i cui diversi livelli sono collegati grazie all’allestimento di Ecce Homo, pieno di suggestioni che rimandano sia alla fondazione vanvitelliana sia al periodo industriale e post-industriale.

Il curatore dell’esposizione, Flavio Arensi, assieme all’architetto artefice dell’allestimento e degli interventi Andrea Mangialardo, popolano così di opere d’arte una sezione della Mole sino ad ora mai pensata organicamente, prevedendone anche diversi utilizzi futuri.

“Questo spazio - sostiene l’assessore alla cultura Paolo Marasca - è al tempo stesso spazio espositivo e performativo, nell’ottica di una flessibilità di utilizzo che, oggi, dovrebbe essere la regola per tutti, al fine di non lasciare inutilizzati ambienti straordinari come questo.

Sarà uno dei luoghi del contemporaneo, popolato da opere d’arte e da attività artistiche, culturali, di spettacolo, dando sfogo all’urgenza creativa che questo territorio esprime con grande forza”.

La nota del curatore Flavio Arenzi: La mostra mescola temi ed epoche attraversando il secondo Novecento e i primi anni del Duemila guidato dalle opere dei principali scultori di figura, da Arturo Martini e Marino Marini a Baj, Vitali, Vangi, Cucchi, Marotta, Cavaliere, Trubbiani, Paladino.

“Un piccolo omaggio ad Arturo Martini apre la mostra. Martini muore nel 1946 ed è uno spartiacque importante per il concetto di scultura, non solo nel nostro paese. Ordinata per tematiche e richiami, l'esposizione si muove negli spazi riordinati della Mole, mescolando i temi e le epoche perché l'osservatore impari a costruire un rapporto personale con i lavori degli artisti, senza sovrastrutture critiche o storiografiche.

I piccoli ma ricchi lavori in ceramica degli artisti di Corrente rimettono al centro del discorso il colore come impegno politico e trovano nella ceramica di Albissola un rifugio (anche fisico) negli anni della guerra.

Il tema principale dell’esposizione è la figura, declinata dagli anni postbellici fino ai giorni nostri. Importante dunque la scelta di Messina, che insegna in accademia e rappresenta l’idea di un mestiere legato al passato. Altri colleghi stanno già guardando altrove e da qui ci si muove per l’indagine.

Non è importante il medium utilizzato, ma il racconto che mette al centro l'uomo e le sue complesse declinazioni esistenziali e sociali, così dalla Scacchiera di Baj che si relazione con Duchamp si può arrivare a Ruffo, con un mappamondo che segna lo stato contemporaneo e il tempo presente, oppure Vitali con una mongolfiera che chiede di poter volare.

Alcuni autori sono chiamati a delineare un momento storico, come Baj, con la grande scacchiera piena di personaggi, un omaggio a Duchamp, di cui era amico. Si intende anche rilevar la posizione degli scultori che negli anni sessanta incidono maggiormente nel campo figurativo, Bodini, Perez e Vangi come nucleo di una posizione determinante negli anni della ricostruzione. Si toccano però anche gli ambiti dell’arte povera, della scuola romana, per arrivare poi a Paladino (esposto da solo), come elemento di unione fra rivoluzioni minimaliste e poveriste e ripresa della tradizione.

Fino ai più giovani scultori oggi quarantenni ma ormai ampiamente emersi sulla scena internazione come Viale, e Piccoli fino al più giovane Fanari presente con un lavoro in ferro intrecciato. Ma l'anima della mostra è data da alcuni elementi importanti, come i Savi in pietra di Melotti, mai usciti da Milano oppure le grandi installazioni di Marotta che con l'omaggio al Mare e alla pioggia mette l'osservatore in condizione di vivere emozionalmente lo spazio della mole.

Anche la grande scultura di Alik Cavaliere, opera restaurata e per la prima volta riallestita dalla morte dello scultore, si pone come perno caratterizzante del percorso, che presenta l'unicum di Trubbiani, maestro anconetano che è omaggiato con una storica opera ambientale in cui un esercito di ratti prende possesso dei sotterranei.”

via:  www.comune.ancona.it

 

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