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Tutti creativi, nessun creatore

Pubblicato da
Lorenzo Paci
il 04 febbraio 2016
La part de l’Ange è il titolo dell’ultimo libro scritto da Jean Clair, controverso scrittore, fine intellettuale, curatore francese, nonché uno dei massimi esperti dell'arte e della letteratura contemporanea

Edito da Gallimard e pubblicato all'inizio di quest'anno, il libro è una sorta di diario critico sull’arte le memorie, le riflessioni esistenziali e letterarie, dove l’autore si pone una serie di interrogativi.

Una pungente riflessione sul mercato dell’arte e su come sono cambiati oggi i musei e le opere in essi contenute.

La part de l’Ange è il titolo dell’ultimo libro scritto da Jean Clair, controverso scrittore, fine intellettuale, curatore francese, nonché uno dei massimi esperti dell'arte e della letteratura contemporanea.

«...La bruttezza ci trascina altrove, senza pensarci, senza dubbio verso la morte».

Anche la rivoluzione elettronica, nota Clair, non è altro che «l'ultimo episodio della lunga storia della distruzione delle biblioteche... Il disastro che si srotola sotto i nostri occhi è tanto più profondo perché avviene nell'entusiasmo di chi nutre con orgoglio questi nuovi autodafé per lasciare spazio alle potenze illimitate dei Big Data. Più nulla dunque da dare, prestare o scambiare, nulla di cui ci si possa ricordare. Niente più storia, né eredità».

Già conservatore del Centre Pompidou, direttore del Museo Picasso, direttore della Biennale di Venezia del Centenario, ideatore di grandi mostre (sulla malinconia, sul delitto e sul castigo...)

Clair ha sull'arte moderna lo sguardo disincantato di chi ha visto tutto:

«Non potevo immaginare che i musei, invece di essere un rifugio al riparo dal mondo moderno, significassero invece per me trovarmi nel cuore di un laboratorio dove meglio si leggevano i segni annuncianti il crollo della nostra cultura. Nel silenzio dei quadri, lontano dai tumulti del secolo, l'osservazione delle opere di cui avevo la cura, mi informava nel modo migliore sul lento processo di decomposizione di cui il nostro mondo è diventato preda. La storia dell'arte detta moderna era la storia della nostra propria fine. Invece di essere la storia di una liberazione, l'epopea dello spirito libero dal dovere di servire, la gloria dell'Uomo illuminato dai Lumi, non era altro che l'ultimo episodio di un nuova iconoclastia, allineando, di decennio in decennio, i sintomi più evidenti di un'auto-adorazione dell'uomo da parte dell'uomo, che si concludeva nella spazzatura o nell'imbecillità».

Siamo entrati così nell'epoca delle basse opere, divertissement non più di creatori romantici, ma di creativi contemporanei, «di quelli che, diceva Mathurin Régnier, pisciano nelle acquasantiere perché si parli di loro. Piscio, dunque penso».

Incontinenza dell'io. Prostata delle civiltà stanche. Catastrofe.

 

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Luca Mesini - 05/02/2016 - 15:38:04
Personalmente non posso non condividere – almeno il breve intermezzo di queste riflessioni, qui riportate – peraltro santuario di coscienza collettiva già da molti anni condivisa (almeno con quei che la pensano allo stesso modo). Al tempo presente, facciamo riferimento ai Musei – alle Biblioteche, in senso lato (perciò riferendoci a “titoli” di opere, come sculture, quadri, ergo Autori) dal momento in cui “viene” ereditato il sentimento dell'Arte là dove si realizzano (ancora oggi, e così sarà per sempre)... cose fatte ad arte. Fra queste cose non mettiamo le briciole dei creakers che scopa via dalla stanza la donna delle pulizie della “GAM” di turno, però possiamo metterci “lavori”, là dove, il risultato del lavoro, corrisponde, o, per forza di cose, si “rimanda” o riprende a prestito, alcune citazioni, che puntualmente troviamo sempre in una Biblioteca (così ad amplio retaggio riassunta). Puntualmente, chi vende fumo sul nulla, poggia le sue valutazioni su riferimenti che significano nulla, i quali si “solvono” come il fumo leggero alla corrente d'aria, sparendo in fretta. Ma anche, invece, nella costruzione di un “Nuraghe“, nella edificazione di un “luogo” – nella realizzazione di un lavoro per imago, l'Arte è viva là dove si pone a richiamo di quella imago, con un riferimento ovviamente colto. Tutti, credo, continuano a trovare i riferimenti colti nei Musei e nelle grandi mostre che ripetono i Grandi pittori anche del recente passato prossimo. Naturalmente non tanti quanto gli pseudo-intellettuali che ritengono di poter in qualche modo giustificare la loro esistenza in un pisciatoio e, via via, continuano a pisciare. La “cultura” in tal senso esiste e rimane, a priori di tutti quei che la necessitano – non credo, probabilmente in un futuro sempre più prossimo, adeguandosi più nel format di un libro – ma seguendo quei codici che (la modernità) portano, evolvendo storicamente l'espressione al nostro tempo presente al tempo presente che verrà. In fondo, anche là dove si ipotizzano mondi del futuro – ciò che non vale nulla si poggia su ciò che non vale nulla, mentre ciò che ha ereditato il valore delle cose (dal momento in cui abbiamo dimostrato, nei secoli, di saperlo dare a certe cose) si richiama sempre al ricordo di quelle cose stesse – non importa, io credo, dal formato (che sia un libro o una sfera interattiva) ma che sia esistito in tale modo al tempo presente dal momento in cui (ed ecco il riferimento ai Musei)... quel tempo diventò universale, o atemporale: per qual cosa, tal sì così detta, scritta, costruita o dipinta. Non bisogna mai cadere nel conservatorismo o nel dialogo dettato da prepotente nostalgia – poiché, a una mirata ricerca, ed anche fortunata sorte, chi è testimone del suo tempo – sa trovare le cose di valore oggi come le troverà domani, sapendo discernere queste, da quelle che, (come ieri), avevano poco valore o si vollero destinare al silenzio (conosciamo di più oggi Camille Claudel di quanto pare fossero intenzionati a farla conoscere al suo tempo), ed ecco nuovamente l'inciso sulle cose che, (indipendentemente dal loro formato, suscettibile al passo con la modernità) porta la “qualità delle cose” e la “non qualità delle cose”, trovando sempre lo stesso spazio. Lo spazio di ciò che non si conosce è sempre maggiore di quello che si conosce… e non sempre: ciò che “si sa” è giusto o vale per tutto. Forse si può anche dire che “tendiamo a voler far sapere sempre meno” perché così – in un contesto generale, tutto risulta essere più semplice... (come il populismo di certi idioti richiami alla metapolitica di turno); ma la semplificazione – in senso generico – vale solo quando consente, all'astrazione, di giungere a una sintesi, di tutto il travaglio che ha vissuto prima, modernizzando dei concetti, che sono vivi e ancorati a quella sorta di “radicali” di cui, appunto, qui si declina, invece, la morte… e questo – da sempre – si “percepisce”. Se una cosa, ha dietro qualcosa, lo si capisce. Se ha dietro (o “dentro”) niente: pure. Anche nelle sculture o nel figurativo – se circostanza vuole, diciamo, solitamente,... (a esempio): «…pare che ci sia un bastone al posto della colonna vertebrale». Eppure, le figure astratte che “sanno” della colonna vertebrale, non risultano vuote di quella conoscenza, anche se risultano “differentemente riconoscibili“ rispetto quei canoni aurei di cui ci è cara memoria. Sono però, appunto, queste memorie: necessarie. Dipende da cosa si esprime a noi innanzi. Se qualcosa in ragione di una memoria, o qualcosa che, pur di “controvertire la storia”, mai potrà far passare un'idea per vera. Mi verrebbe da concludere che sono, o stanno diventando desueti, gli “incontri” dell'Arte così contemporaneamente percepita, e ciò valga al sunto di cui sopra per cui (l'eventuale “Arte” sì al riferimento a noi necessario per lasciarsi intendere come tale) si può sempre trovare da un'altra parte… ma come nell'Arte, anche in tutto il resto che (senza lavoro, politica, società, o uomo, non avremo arte a esprimersi, anche senza voler incidere troppo sul “creativo” e il “creatore” dato che l'etimo è sovente “guizzo” per tener distanti gli altri dai ragionamenti). Non varierebbe il costume e la regola per mantenersi liberi in un contesto sociale, un principio d'Arte che fosse tutto uguale (come si tende, per semplificazione, ma non per desiderio di identificazione fattiva) a commiserare l'amore ed altri gesti, in sterili contesti… Non so fino a che punto molti dei pensatori siano fuori dal ruolo che gli depone quella forza a esprimersi proprio grazie a quel tipo di rammendo che nostalgicamente criticano severamente, eppure sulla cenere di quel fuoco che ha arso il “soggetto“ perso si è edificato anche l'oggetto su cui, inconsapevolmente, si gode, vantando, magari ignari, il diritto all'anatema. Come nell'arte, politicamente continuiamo a collezionare nuove generazioni di individui che predicano razzolando molto male, quindi non penso che ci sia spazio per chiunque, anche a ragionare – e credo che ognuno di noi, quello spazio lo debba cercare, nel mondo di oggi – né di ieri o di domani, sapendo spendersi sui riferimenti “colti” e non poggiando sugli stilemi de “La meglio gioventù…” – perché d'Alema lanciava le molotov e Bertinotti non vive sotto i ponti, reo di battaglie perse o ardimentosamente combattute. Il nostro mondo rimane distante (ergo anche nell'analisi dell'Autore quello dell'Arte così ivi riassunto sopra) – ma continuo a desiderare “ascoltare” quei ragazzi che sànno dove raccogliere i riferimenti giusti per dare valore in quello che fànno, senza scolpire sulle spalle di nessuno quello che ipoteticamente sanno. Ogni cosa che vedo: mi emoziona oppure no. La trovo bella oppure no. Alcune ragioni, ci saranno – e sempre le troveranno altri dopo di noi.
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